A History about Silence






A History about Silence (una storia sul silenzio)

Caterina Erica Shanta, 2018 - video, 21’, colore, suono 2CH, 16:9 FullHD 1920x1080,

 

E’ una breve storia sul silenzio e la difficoltà del racconto. E’ un viaggio incompleto, incerto.

La complessità della vicenda narrata coglie impreparati sulla dimensione umana, lascia vuoti di parole e sospensioni del giudizio.

 

Le riprese dell’intero film - eccetto le interviste - sono state realizzate nell’area di edificazione del Forte di Montericco a Pieve di Cadore, provincia di Belluno. 
L’originario impianto murario, con la sua posizione sopraelevata sulla montagna, era l’occhio che controllava e definiva le valli circostanti. La sua funzione tuttavia si esaurì dopo la Prima Guerra Mondiale, abbandonato prima di divenire strumento d’offesa. 
Questo spazio diviene metafora di una storia passata rimasta insoluta e condannata al silenzio.
Nel film il soggetto visivo principale è l’acqua, elemento silenzioso che filtra ciclicamente attraverso le crepe dell’edificio sgretolandone il cemento. 

 

A History about silence si snoda sull’intervista agli ultimi due Ex IMI - internati Militari italiani dei campi di concentramento tedeschi - ancora viventi nella valle. 
La loro vicenda comincia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando vengono arruolati nelle file dell’esercito italiano fascista e mandati a combattere al fronte tra la Russia e la Grecia. Fedeli all’Italia e non al Duce, nel 1943 con la caduta dello Stato Fascista e l’armistizio del Generale Badoglio con gli Alleati, sono catturati dall'esercito tedesco e mandati nei lager. 

 

I numeri ancor oggi non sono dettagliati, ma si stimano circa 650.000 militari italiani tra soldati ed ufficiali internati nel campi di concentramento che non accettarono l’arruolamento nella Repubblica Sociale di Mussolini, né nell’esercito nazionalsocialista di Hitler. 
Sfruttati come schiavi nella manodopera delle fabbriche, una parte di questi soldati morì di fame, fatica e malattie. I sopravvissuti al loro rientro in Italia trovarono il paese nello stravolgimento post-bellico, con uno Stato ed una Repubblica democratica da costruirsi sulle macerie.


 

Alla fine della guerra la questione si pose principalmente sul dualismo dialogico tra fascisti e antifascisti, tra resistenza italiana e non, escludendo di fatto tutti coloro che si trovarono nel mezzo “le persone che furono coinvolte dalle guerre” senza possibilità di replicare e che potevano opporsi solo deponendo le armi. 
La difficoltà di inquadrare gli Ex IMI nel discorso storiografico fu anche la varietà delle loro posizioni ideologiche, alcuni fedeli ad un’Italia antica ed al Re, altri che semplicemente stanchi della guerra non volevano morire, altri ancora non dichiaratamente antifascisti oppure disinteressati alla politica. 
E’ inoltre evidente che la vicenda degli EX IMI, relegata al silenzio per più di settant’anni, è strettamente connessa alla questione ancora insoluta delle campagne di conquista fasciste di area balcanica ed altrove - assieme alle ex Colonie - e che solo oggi si comincia timidamente a trattare. 

 

Il velo di silenzio che calò sulla vicenda degli EX IMI li relegò in uno spazio di vergogna e silenzio che ne accentuò il trauma subito. 


 

Il film è nato dalla lettura di un testo di Günther Anders, “Noi figli di Eichmann” scritto nel 1964. 
Il filosofo tedesco spedì una lettera al figlio di Adolf Eichmann, progettista ed ideatore della “soluzione finale” nei lager tedeschi. Nella lettera egli assolse il figlio dalla parentela paterna, poiché la colpa non è ereditaria, e pose l’accento sulla possibilità di questi ultimi di riconoscere ed immaginare l’orrore dei padri per evitarlo. Tuttavia egli pose dei limiti: l’immaginazione non può comprendere tutto l’apparato tecnico necessario alla creazione dell’orrore, poiché la macchina sfugge al suo creatore rendendolo immediatamente obsoleto - nel libro egli non si riferì solamente alla “soluzione finale”, ma anche all’apparato scientifico, tecnologico e umano che furono necessari alla creazione delle bombe atomiche che distrussero Hiroshima e Nagasaki.
La macchina per esistere non è solamente tecnologica ma anche mitologica, atta a creare ideologia che giustifica l’esistenza del Demone secondo Furio Jesi.
Il problema che si pone all’attenzione è cercare di comprendere una complessità, una differenza di fondo che altrimenti risulta mostruosa nell’atto della sua semplificazione tecnicistica, semantica ed ideologica. Da qui la frase d’apertura del film “Tra la nostra capacità di produzione - industriale - e quella d’immaginazione si è aperta una frattura”, dalla quale filtra molta acqua che allarga la crepa.




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